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domenica 6 maggio 2007

Guai a chi tocca sa limba comuna
Soru in campidanese
rifiuta ogni dubbio e dà lezioni

di Matteo Bordiga e Giorgio Melis

I sardi e il sardo? Un matrimonio che resiste: il 68,4 per cento dichiara di conoscere sa limba e di parlarne una delle varietà. Pare una forte difesa della nostra lingua nelle varie declinazioni, come per reazione alla tendenza omologatrice della società globalizzata. I sardi risultano anche favorevoli - 60 contro 40 per cento, secondo un'approfondita ricerca socio-linguistica - all'esperimento avviato dalla Giunta regionale di adottare una forma scritta unica della lingua locale (LSC, Limba Sarda Comuna) nella pubblicazione di documenti ufficiali.

Ed ecco che, in nome dell'omogeneità linguistica da promuovere, nonostante i dubbi e le obiezioni di molti studiosi, Renato Soru scende in campo a spada tratta, in occasione di un convegno a Paulilatino. Il presidente usa toni critici e perentori verso la ricerca (ben più complessa e problematica della sua interpretazione) voluta dalla Regione. È chiaro che vuole difendere - parlando anche nel campidanese di Sanluri, che certo non è Sa Limba Comuna - la delibera del 2006 con cui la Giunta ha avviato l'uso, consumo e insegnamento della LSC: «L'esperimento di utilizzare la lingua comune in alcuni atti dell'amministrazione regionale proseguirà: i cittadini mostrano di apprezzarlo e di condividerne lo spirito».

Anche se un consistente 31,4% del campione intervistato dai ricercatori si è dichiarato “totalmente contrario”. Ma questa percentuale va rapportata e cresce esponenzialmente tra i sardi al di sotto dei 44 anni: vale a dire ragazzi, giovani e adulti. Che usano esclusivamente l'italiano in quote quasi plebiscitarie sotto i 24 anni e ancora al 67 per cento tra i 24 e i 44 anni. Insomma, la fascia demografica più giovane, dunque i sardi adulti e del futuro, hanno scelto la lingua nazionale anche se rispettano la limba come valore.

Forse sono stati questi dati a non piacere a Soru, che nel corso del convegno ha contestato con durezza - alcuni hanno apertamente parlato di villania - la ricerca che si presentava e la sua autrice. Ovvero la sociologa Anna Oppo, studiosa di grande esperienza nazionale e internazionale (ha studiato e insegnato al fianco di grandi maestri, per molti anni anche a Berkeley, negli USA), autrice di molte altre ricerche considerate fra le più penetranti: giustamente nota una sulla condizione giovanile in Sardegna.

Anna Oppo ha coordinato un gruppo di ricerca insieme al prof. Giovanni Lupinu sul tema “Le lingue dei sardi”. L'ha presentata a Paulilatino alla presenza di Soru che poi l'ha contestata, assieme ad altri partecipanti (era una platea a senso unico per la LSC, praticamente senza pareri diversi). Le varie accuse avallate dal presidente: ricerca “ideologica”, “non attendibile”, con “commenti tendenziosi”. Stiamo parlando della ricerca scientifica di una studiosa (assieme al linguista Lupinu) che da decenni svolge questo lavoro all'Università di Cagliari, collegata ai maggiori atenei nazionale e stranieri.

La ricerca, su un campione vasto, non era di parte, schierata o meno per la Limba Sarda Comuna. Tant'è che registra una maggioranza favorevole all'esperimento regionale. Ma quel che non gli piace, per Soru diventa automaticamente inattendibile: sale in cattedra pretendendo di bacchettare chi in cattedra ci sta per studi, titoli, professione ed esperienza. Un atteggiamento che ha lasciato sconcertati i presenti non schierati per la LSC.

Cosa può non essere piaciuto a Soru della ricerca? Dei 2.437 sardi intervistati in tutta l'Isola dal gruppo di ricerca, il 68,4% afferma di conoscere e di utilizzare una qualche varietà delle parlate locali. La percentuale del 68,4% schizza all'85% per gli intervistati residenti nei paesi, mentre l'80% del campione sostiene che il sardo dovrebbe essere insegnato a scuola. Inoltre, il 29% dice di comprendere almeno una lingua locale, pur nell'incapacità di parlarla. Appena il 2,7% non capisce né parla alcun dialetto. Dov'è la lesa maestà de sa limba in questi dati?

Forse appunto nella parte dell'indagine che precisa le “preferenze” del campione per fasce d'età. Fra le persone di età compresa fra i 14 e i 24 anni, l'89% dichiara di parlare solo l'italiano, mentre il 5,8% si esprime in dialetto e il 5,2% usa sia l'idioma nazionale che quello locale. Col crescere dell'età, fino alla piena maturità, aumenta ma non troppo l'uso del sardo ma nella prevalenza dell'italiano. Il 66,9% dei soggetti fra i 25 e i 44 anni si esprime esclusivamente in italiano, il 19,9% in dialetto e il 13,2% usa entrambe le lingue.

I più “sardofoni”, ovviamente, sono concentrati oltre i 65 anni: solo il 16,8% di loro afferma di parlare l'italiano, mentre ben il 73,7% affida i suoi pensieri alla parlata locale e il 9,5% fa ricorso sia al dialetto che alla lingua nazionale. Un dato perfettamente in linea con una recente ricerca dell'Istat che piazza la Sardegna fra le regioni più italofone: la lingua nazionale è quella esclusiva per il 52,5 per cento dei sardi. Una maggioranza che, come si è detto, sale ancora ed è schiacciante per i sardi al di sotto dei 44 anni.

Comunque, sull'indice di gradimento del sardo, Anna Oppo ha presentato anche i dati relativi al consenso sul modello della LSC, adottata per ora solo nei documenti ufficiali della Regione. Il 37,8% del campione si è detto del tutto favorevole all'esperimento, mentre il 19,9%, più prudente, ha barrato la casella del “parzialmente favorevole”. Il 7,8% del campione si è dichiarato parzialmente contrario e il 31,4% ha bocciato l'iniziativa, scegliendo l'opzione “totalmente contrario”. Insomma, dati e numeri che appaiono in linea con la realtà e comunque frutto di una ricerca scientifica.

Un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Soru evidentemente lo avrebbe desiderato pieno fino all'orlo. Subito dopo che Anna Oppo aveva illustrato la ricerca, il presidente della Regione Ha voluto prendere la parola, per sottolineare che, «tra favorevoli e parzialmente favorevoli, quasi il 60% degli intervistati ha dimostrato di sposare la causa della Limba Comuna». Rimproverando alla studiosa di non aver posto sufficientemente l'accento su questo «fatto assai significativo». Insomma, si doveva esaltare la volontà di riunire i sardi sotto l'egida di una limba unificatrice: in realtà ancora molto combattuta e controversa.

Soru ha successivamente smorzato i toni nell'intervento in campidanese, con il quale ha concluso i lavori: «In ogni caso, quella della lingua comune è una sperimentazione che la Regione non intende calare dall'alto sui cittadini: siamo aperti al dialogo e al confronto e non vogliamo imporre niente a nessuno. Ci potranno essere modifiche o ripensamenti: quel che è certo», ha sostenuto il presidente, «è che la lingua è un valore da difendere strenuamente. Spesso si impiega una grande quantità di risorse per salvaguardare i beni archeologici, e questo è giusto e opportuno. Ma non ci dobbiamo dimenticare neppure della nostra identità linguistica, di un bene immateriale ma straordinariamente vivo e pulsante, oltre che intimamente nostro».

Nel corso del convegno è intervenuto anche il linguista Roberto Bolognesi, autore di una ricerca secondo la quale, «misurando le differenze fra le diverse parlate locali, la varietà del sardo parlato nel Guilcer (la regione che comprende anche Ghilarza e Abbasanta, ndr) e nel Mandrolisai costituisce il punto di incontro naturale fra le macrovarietà dell'idioma sardo». Dunque, la “Limba Comuna” già esisterebbe, e si parlerebbe fra l'oristanese e il nuorese, pare con epicentro ad Atzara. Bisogna informarne tutti i sardi, capire e accertare se vederla insegnata all'Università e alla Regione, dove opera S'Ufitziu per la Limba Comuna, sia cosa che ritengono seria, importante e meritevole di sforzi e impegni finanziari rilevanti.


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