venerdì 4 maggio 2007
di Giorgio Melis
Nessuno poteva immaginare che la Sardegna avrebbe prodotto emuli di un oculista polacco, ottimista e universalista, che si firmava con lo pseudonimo di Doktoro Esperanto: “colui che spera”. La sua speranza era di abbattere la barriera delle lingue che separava e separa popoli e uomini, creando in laboratorio e diffondendo un idioma artificiale che tutti potessero studiare per capirsi e parlarsi: appunto l'esperanto. Fino a mezzo secolo fa, l'utopia della lingua universale sedusse molti: prima di cadere nell'oblio per l'imporsi dell'inglese come passepartout mondiale nel persistere degli idiomi nazionali.
Dal parco delle rimembranze dell'oculista polacco, il pallido fiore cimiteriale di una lingua morta senza mai davvero nascere rispunta in Sardegna in versione nuragico-passatista, alquanto ridicola. Su questa sortita che sta avanzando, anzi sembra quasi affermata e potrebbe spiccare il volo con dispendio di soldi, incarichi e prebende, ha finalmente preso posizione uno studioso del calibro di Giulio Angioni. Lanciando un provvidenziale sasso in piccionaia. Sotto forma della lettera aperta inviata attraverso il nostro giornale al presidente della Regione Renato Soru. Al quale chiede di esprimersi su un'opzione di cui non è lo sponsor ma che certo non ostacola e dalla quale anzi pare sia stato alquanto sedotto.
Il tema non è affatto, come qualche sapientone o ciarlatano subito dirà, riserva di caccia esclusiva per esperti, linguisti, glottologi, studiosi del ramo. È questione concreta su cui tutti i sardi hanno il diritto di esprimersi e di essere ascoltati: senza che qualcuno decida (come purtroppo è stato già fatto) per loro, convinto o plagiato che la LSC sia la strada maestra per far imboccare alla Sardegna le magnifiche sorti e progressive anche in campo idiomatico. LSC, appunto. Non è una roba come gli LSU, lavoratori socialmente utili. Con tutto il rispetto delle opinioni, i profeti della LSC ci sembrano lavoratori socialmente catastrofici.
LSC è l'acronimo di Lingua Sarda Comune o Limba Sarda Comuna: una parlata inventata a tavolino, fondendo - dico all'ingrosso, non avendo competenza - il sardo delle aree centrali dell'isola «con aperture al logudorese e al campidanese». Un mix, un cocktail, o meglio un minestrone che «sarà usato in via sperimentale e con possibilità di aggiustamenti successivi dall'Amministrazione regionale in alcuni suoi atti, tra cui lo Statuto e la legge sulla promozione della cultura e della lingua sarda». L'atto è stato disposto con una delibera di Giunta dell'aprile 2006, che contestualmente ha istituito “S'Ufitziu de sa Limba Sarda”. Con sovranità semantica su plotoni di impiegati regionali convinti a frequentare corsi tenuti, si suppone, da personale parlante e scrivente in sa Comuna (benché in sa Regiona) e adeguatamente retribuito.
Allora. La delibera parla di “via sperimentale”, che però si va estendendo e stabilizzando nell'indifferenza e nell'ignoranza dei più. Con qualche protesta finora sommessa, tacitata con maleparole dai profeti de “sa Comuna”. Tacciano di antipatriottismo e ignoranza chi sente puzza di insanità linguistica, di ubriachezza idiomatica, di una grande greppia riempita con denaro pubblico da sprecare in un'operazione da sganasciarsi dalle risate. Autoritaria, antistorica, contro il pluralistico delle parlate e dei dialetti (diamine: le chiamavamo tutte così e nessuno s'è mai offeso) per imporci un monolinguismo interno, coatto e burocratico, ufficiale perché adottato dalla Regione e dunque calato dall'alto e negli atti ope legis. Un neo-centralismo linguistico anacronistico e in-commestibile.
Insomma, stiamo fabbricando Tziu Esperantu, che sarà ricusato a furor di popolo, purché dopo Giulio Angioni e il nostro giornale si sveglino i cittadini largamente ignari e magari l'informazione che pende dalle battute e dai sospiri del gossip politico. Non c'è lavoro, l'economia stramazza perché “il cavallo non beve”, e si propone ai sardi panem et esperantum a pranzo e a cena. L'ossessione dell'identità, quando è portata a eccessi grotteschi, scade nella caricatura. Nel ridicolo di una ricerca arbitraria e artificiosa, intollerabile perché anche a comando.
I ragazzi sardi sono quelli che si diplomano e si laureano in misura dimezzata rispetto agli altri italiani, che a loro volta hanno tassi di istruzione dimezzati rispetto ai coetanei europei. I nostri ragazzi studiano meno italiano, matematica, scienze, e presentano un tasso di abbandono scolastico da primato assoluto. Non si riesce a far studiare loro l'inglese, senza il quale non vai da nessuna parte e ti impappini davanti a un computer. Ma ora o presto, “s'Uftiziu de sa Limba Sarda” chiederà loro - o proverà a imporre - di studiare “sa Comuna”. Si preannunciano iscrizioni in massa ai corsi, plebisciti che trasformeranno le scuole in spalti di stadio delirante di tifo pro “su sennori Esperantu”.
Ancora. I nostri ragazzi sanno niente della storia, della geografia, dell'ambiente, dell'arte e della cultura sarda. Prima d'ogni altra cosa - con ore di scuola integrative - insegniamo loro che Amsicora non era il centravanti del Cagliari, Maracalagonis non è in Madagascar, Li Punti non ha niente a che vedere con la trigonometria e un tale Lussu non è un raffinato oggetto di Gucci. C'è un'ignoranza abissale sui luoghi, le cose e le persone che andrebbe corretta per far conoscere storia e geografia, almeno, così da aiutare i ragazzi ad amare e rispettare la propria terra.
Ma poi, perché mai i cagliaritani e i campidanesi dovrebbero studiare una lingua fasulla che serve solo a chi l'insegna e ci pianta su un baraccone gratificante? Perché mai un sassarese dovrebbe rinunciare a insultare gli africani del Capo di Sotto con un sapido dialetto tagliente che ti fa morire dal ridere sentendolo senza capire e raddoppiando il divertimento quando ti spiegano le battute? E che facciamo, con gli scrittori? Riscriviamo in limba comuna il casteddaiu tosto di Sergio Atzeni, rivediamo in “sa Comuna” il bel campidanese di Giulio Angioni o quello grasso de “Sa scomuniga de predi Antiogu” da Masullas, correggiamo Niffoi, buttiamo a mare Ziu Paddori?
Di frescacce ne facciamo tutti. Questa della LSC è una delle più grosse e comiche. Quando il problema della lingua fu posto (e Gramsci aveva preceduto tutti), rispondeva a una rivolta, per una conquista di identità culturale e politica, una volontà di affermazione per negare che il nostro passato fosse un buco nero immensamente profondo e vuoto. Ricordo Giovanni Lilliu, Nino Carrus, Ariuccio Carta, grandi intellettuali come Michelangelo Pira e Michele Columbu e tanti altri impegnati in una rivendicazione che era soprattutto di dignità di popolo: per affrancarlo da una subalternità totale.
Ora l'hanno girata a bottolo, come si dice a Cagliari e come nessuna “Comuna” potrà rendere ed esprimere nella rozza volgarità cui si vuol ridurre una nobile battaglia. Buttiamolo a mare, questo grottesco esperimento: per serietà. Con le parole in limba, e che limba, di quel grande sardo di saldissimi rognoni, combattente in Russia, poeta e splendido scrittore, carattere indomito che frustava l'apatia dei sardi de isterru insegnando e scrivendo un bellissimo italiano. Mandiamo a quel paese tziu Esperantu con le parole di Cicito Masala. Gli chiesero: «Ita ndi pènsat Frantziscu Màsala de sa proposta de unificai sa lìngua sarda?». E lui rispose: «Est unu sbàlliu perigulosu meda, certus presumius pènsant de podi unificai sa lìngua a fortza de autoridadi polìtica, is chi ant fatu custa operatzioni no stìmant sa lìngua sarda, antzis dda bolint cundennai. Sa primu proposta LSU ndi boliat scancellai sa fueddada campidanesa, boghendindi sa lìtera “x” de s'arfabetu, unu machìmini fora de sentidu, cumenti e chi nosu no depaus prus nai is fueddus Maxia o Trexenta.
Basta così: unu machimini, una pazzia autoritaria e pericolosa voluta da chi non ama la lingua sarda e anzi la vuole condannare. Qualcuno ha qualcosa da obbiettare a Francesco Masala?
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