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giovedì 3 maggio 2007

Lettera aperta al presidente Soru:
“sa limba comuna” e unica
è assurda violenza contro i sardi

di Giulio Angioni

Caro Presidente Renato Soru,

le discussioni, le reazioni e la contesa intorno all'istituzionalizzazione-standardizzazione del sardo stanno servendo almeno a fare emergere più chiari i problemi e le difficoltà di queste o di altre imprese dette di unificazione e di ufficializzazione già tentate nel recente passato.

Appare tra l'altro sempre più chiaro che questo tipo di proposta viene fatta con il retropensiero che il plurilinguismo esistente oggi in Sardegna sia un inconveniente, che viene risentito come frammentazione negativa, e quindi si corre ai ripari come se fosse necessario (e urgente per “salvare il sardo”) porre rimedio alla pluralità linguistica esistente, e si lavora a una “unificazione” che sia insieme “ufficializzazione” di una qualche forma di “sardo”, da ultimo con la proposta di una Lingua Sarda Comuna, che si credeva un progetto in fieri secondo tempi più o meno lunghi ma necessari a fare bene una cosa molto delicata e che invece Lei si è trovata già fatta per opera di non si sa chi, ufficialmente, visto che non è stato un suggerimento o un'operazione della commissione ad hoc di cui ho fatto parte anch'io.

Per questo, e per altro, il tutto è partito sulle gambe molto corte della fretta, quando non anche del sotterfugio.

L'idea che il plurilinguismo non sia un male da sanare, ma un bene da proteggere di recente è stata riproposta anche nella forma della protesta e della rivendicazione del buon diritto alla valorizzazione di ogni varietà linguistica esistente oggi in Sardegna. È cresciuta l'idea che le varietà linguistiche non sono un guaio ma una risorsa, che la glottodiversità è tanto buona quanto la biodiversità.

So che Lei condivide una visione delle cose linguistiche sarde che tiene conto del fatto che l'attuale situazione linguistica della Sardegna, nel suo ampio e vario plurilinguismo, è una risorsa e una ricchezza, da salvaguardare e da mettere a profitto, come è anche negli intenti della leggere regionale 26/97, che proclama la pari dignità di tutte le varietà linguistiche usate oggi in Sardegna in qualunque ambito d'uso. Pari dignità sia rispetto all'italiano e sia dell'una varietà rispetto alle altre.

So che anche per Lei il repertorio linguistico della Sardegna, tutto quale esso è, dal carlofortino al maddalenino passando per l'italiano, il campidanese, il logudorese, il gallurese, l'algherese e il tabarchino (o comunque tale repertorio sia individuato e distinto al suo interno e verso l'esterno), non solo è una realtà con cui bisogna fare i conti quando si fa politica linguistica, ma che è un patrimonio del popolo sardo, da salvaguardare tanto quanto il resto delle cose materiali e immateriali che si definiscono e si sentono come patrimonio.

Lei si è espresso più volte sostenendo che la pluralità linguistica deve essere riconosciuta e valutata in positivo, non come ingombro e complicazione da eliminare, come è del resto abitudine italiana secolare, in nome dell'unità contro il particolarismo. Vecchia e miope abitudine, che fa dell'Italia forse l'unico paese europeo dove si definiscono straniere lingue come il tedesco (madrelingua di centinaia di migliaia di cittadini della repubblica italiana), il francese (madrelingua di diverse decine di migliaia di italiani) e così via per lo sloveno, l'albanese, il catalano e altre lingue.

In Sardegna si rischia di fare lo stesso errore di visione e di prospettiva, dandoci da fare per “unificare”, invece di tenere conto anche in positivo della pluralità, che è ricchezza, patrimonio da salvaguardare e da valorizzare, anche come risorsa economica, per esempio sul piano turistico, dato che c'è anche un turismo colto attento al patrimonio linguistico delle genti e dei luoghi visitati e non solo ai piatti tipici e ai monumenti megalitici della preistoria così adatti ad accenderci fantasie identitarie.

Si capisce sempre meglio anche da noi, per esempio, che si può e si deve valorizzare il patrimonio linguistico della Sardegna anche attraverso l'istruzione scolastica ufficiale, i mezzi di comunicazione di massa, la creatività artistica, mentre si registra la novità positiva di una buona prosa letteraria in varie e diverse parlate della nostra isola. Una didattica basata sul principio pedagogico secondo cui le esperienze, a cominciare da quelle linguistiche, debbono prendere l'avvio dal vicino e conosciuto per arrivare, col tempo, allo sconosciuto, o al poco conosciuto, e al lontano, può e deve prima di tutto informare sulla propria parlata locale.

Un modo di educazione linguistica è sicuramente quello di familiarizzare i bambini e i ragazzi con le varietà del patrimonio plurilinguistico della Sardegna, facendole apprezzare come risorsa comune, avviando così un'educazione linguistica finalmente democratica e comunque ampia e moderna. Si partirebbe dall'interesse per la parlata locale per giungere a forme crescenti di conoscenza delle altre particolarità locali formanti il complessivo patrimonio linguistico e culturale di tutti i sardi, anche nel passato, come primo e importante passo verso una formazione linguistica complessiva, dal selargino all'inglese.

Soprattutto nel caso dei molti sardi ormai di madrelingua italiana è formativa e arricchente una qualche conoscenza delle altre varietà linguistiche dell'isola, a cominciare da quella del luogo. È indubbio poi che artisti, scrittori, gente di teatro, di cinema, dei massmedia e così via, possono essere anche da noi artefici della valorizzazione del patrimonio linguistico, in un uso accorto e rinnovato di tutte le varietà linguistiche dell'isola.

La Regione ha un suo nuovo ruolo istituzionale importante nella valorizzazione del patrimonio linguistico della Sardegna, dati i compiti nuovi che ha in materia di programmi scolastici, e quindi può proporre l'inserimento dello studio del nostro patrimonio plurilinguistico tra le materie delle scuole di ogni ordine e grado: ma, in questa prospettiva, senza privilegiare nessuna parlata come maggiore o unica o unificata, evitando l'ulteriore dialettizzazione delle altre già esistenti.

Unificare e ufficializzare, dunque, non deve essere la sola cosa da fare e nemmeno la migliore e la più possibile. Nella prospettiva della pluralità linguistica come patrimonio, acquista una dimensione più realistica anche la questione di un uso ufficiale amministrativo del “sardo” da parte del governo regionale e delle amministrazioni locali, uso che non può proporsi al vecchio modo centralistico e normativo, ma rispettando e valorizzando invece proprio la pluralità in quanto risorsa, e senza trascurare che l'italiano svolge già questo ruolo (anche legale) di lingua ufficiale in Sardegna, mentre diventa sempre più necessaria la conoscenza dell'inglese.

Diversamente si rischia il fallimento già in fase progettuale, col rifiuto esplicito e risentito di ogni proposta fatta finora, e segnatamente l'adozione di una Limba Sarda Comuna fatta in modi che per molti sono ambigui e persino fraudolenti, non pubblici e condivisi. Non si tratta solo di rispettare tutte le varietà linguistiche dell'isola, ma, bisogna ribadire, di considerarle un patrimonio da valorizzare, una ricchezza da mettere a profitto in vari modi.

Se in Sardegna facessimo politica linguistica con questo spirito, la nostra isola si porrebbe in linea con l'Europa e in prima linea in un'Italia che di fronte al plurilinguismo continua a sentire soprattutto imbarazzo.


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