giovedì 5 aprile 2007
di Giorgio Melis
C'è un'altra piccola, brutta storia avvenuta in Sardegna. Si parla di comunicazione, di creatività e di appalti aggiustati. No, non è il caso Saatchi & Saatchi, la multinazionale che un tempo si era occupata di pubblicità per Tiscali e l'anno scorso ha vinto avventurosamente l'appalto da 56 milioni per la comunicazione della Regione Sardegna. Ma ci sono molti punti in comune e a parte le cifre - parliamo di spiccioli, stavolta - questa piccola storiaccia sembra quasi la prova generale di quanto avvenuto successivamente in una gara che più facilmente avrebbe potuto indurre in tentazione.
In entrambe le storie c'è un protagonista unico, fisso e determinante: Fulvio Dettori. Anche in questo caso sembra che si sia mosso come un cingolato, stritolando regole e altro, di fatto proponendo una versione distorta - se non addirittura falsificata - del verbale della commissione che presiedeva. Facendone poi discendere un provvedimento che parrebbe illegittimo sul piano formale e sostanziale.
Ancora una volta si pone il quesito cruciale. Ha agito per sé, Dettori, e quale interesse avrebbe avuto in questa eventualità all'apparenza improbabile? Oppure ha assecondato la volontà, il desiderio, il gusto e forse anche l'interesse del principe, ovvero Renato Soru, anche qui - come nel caso Saatchi - convitato di pietra incombente?
La storia in pillole: molto più diffusamente potrete leggerla integralmente, con molti e gustosi particolari, nella versione che è stata pubblicata su “Progetto grafico”, rivista per cultori, che nell'ultimo numero ospita un lungo articolo di Alberto Soi, vicepresidente dell'Aiap (Associazione nazionale per il progetto della comunicazione visiva), che ha sede a Milano. Soi era componente della giuria nella gara contestata (o manomessa, o aggiustata: ad altri l'ardua sentenza). In novembre ha scritto un coraggioso articolo di sobria denuncia sulla rivista, pubblicata a fine gennaio: è in vendita in Sardegna solo all'Exma di Cagliari.
Sembra una fotocopia preventiva del caso Saatchi. La Regione indice un concorso d'idee per rinnovare il suo logo, il marchio abbinato fra l'altro alle sue esternazioni istituzionali e promozionali. Partecipano 227 progetti sottoposti a una giuria presieduta con piglio autoritario dal solito Fulvio Dettori (tra i commissari c'è anche Aldo Brigaglia).
A una prima scrematura, viene escluso d'autorità e di necessità un plico pesante. Viola clamorosamente e insanabilmente il vincolo dell'anonimato perché porta incollato, bene in vista, l'etichetta dell'offerente: la Pentagram di Londra, una multinazionale del settore che fattura annualmente miliardi di euro o sterline.
Una svista così clamorosa per una società tanto importante appare perfino singolare: sospetta, a volerla dire tutta. Perché la Pentagram non è sconosciuta neanche in Sardegna. Qualcuno la conosce bene. È infatti la società che - fra mille altri lavori per committenti di assoluto prestigio - ha realizzato la nuova identità per Tiscali. Sicuramente Dettori nulla sa a questo proposito. Infatti quando, pare a malincuore, deve associarsi all'inevitabile esclusione unanimemente sollecitata per un vizio insanabile (l'anonimato delle offerte) chiede e ottiene che comunque il progetto proposto sia visionato dalla giuria.
Ma poi si continua e alla fine si arriva a selezionare tre progetti di valore, giudicati vincitori ex aequo, tra i quali Dettori s'impegna nel verbale a indicare il prescelto. Ma nel maggio del 2006, il direttore generalissimo di Soru firma motu proprio una “determina” in cui scrive che la gara si è risolta senza vincitori, segnalando tre progetti meritevoli. Sibillinamente (si fa per dire), aggiunge che tra i progetti esclusi «per mere irregolarità formali», quindi anche quello di Pentagram, ipse Dettori (non grafico e non esperto, essendo un giurista) «ritiene doveroso evidenziare che ve ne sono alcuni che si distinguono» per varie eccellenze.
Che bisogno c'è di questo profluvio non richiesto di parole che possono diventare macigni? Forse solo per spianare la strada a un vincitore che non è fra i tre indicati dalla giuria e addirittura era stato escluso?
Com'è, come non è, con un'altra determina del 7 luglio 2006, n. 123, Dettori fa stipulare una convenzione di 30mila euro più Iva indovinate con chi? Elementare: con la Pentagram, che così realizzerà il logo della Regione Sardegna dopo aver creato in precedenza quello di Tiscali. La notizia viene data il 28 giugno (addirittura precedendo la determina) da La Nuova Sardegna e sarà confermata poi l'11 ottobre da L'Unione Sarda, che addirittura attribuisce la paternità del marchio allo stesso Soru.
Questo singolare e sconcertante svolgimento lascia alquanto basito Alberto Soi, che non se ne capacita e lo fa presente, anziché scegliere il più comodo e potenzialmente proficuo silenzio. Lo stesso 28 giugno, Soi invia una e-mail a Fulvio Dettori, Renato Soru e tutti i componenti la commissione con questo avviso ai naviganti: «Trovate allegati i verbali della commissione, la determina che falsa il verbale e un articolo comparso oggi su La Nuova Sardegna. L'articolo potrebbe esser impreciso ma completa il disegno che si intuiva dalla determina (quella di Dettori ndr). Credo che la commissione, le associazioni che essi rappresentano e gli oltre 200 concorrenti abbiano diritto ad una spiegazione».
Alberto Soi si illude: nessuna spiegazione riceverà da chi ha deciso e dieci giorni dopo firmerà la convenzione con la Pentagram: con un mix di arroganza, certezza tracotante di impunità, indifferenza a possibili conseguenze, disprezzo per le regole.
Questo è quanto, in sintesi. Il dettaglio all'articolo integrale di Alberto Soi su Progetto grafico, intitolato non senza un'accezione che suona sprezzante: “Sardignerie”.
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