mercoledì 7 marzo 2007
di Matteo Bordiga
Attacchi alla libertà degli individui? Sintomi di pregiudizio omofobico da teodem? Oppure semplici cadute di stile? A Cagliari si discute sulle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal neoassessore comunale alle politiche sociali, Anselmo Piras, sulla natura degli omosessuali e sulla opportunità del disegno di legge sui Dico. E le forze politiche prendono posizione: c'è chi si scaglia contro Piras, definendolo «inadatto a interpretare il ruolo istituzionale che ricopre», e chi si mostra più conciliante, ipotizzando una «incomprensione» fra l'assessore e i Radicali, che per primi avevano contestato i toni e i contenuti delle sue affermazioni.
Claudio Cugusi, consigliere comunale di Prc, solidarizza con «i compagni radicali», specificando che «Anselmo Piras, lasciandosi andare a certe uscite, dimostra di non essere in grado di ricoprire una mansione così carica di oneri e responsabilità come quella di assessore alle politiche sociali. Mi piacerebbe invitarlo, nei prossimi giorni, alla rassegna “Cinema e omosessualità”, in svolgimento nei locali della Fabbrica Illuminata in piazza del Carmine. A ogni film segue un dibattito su problematiche che riguardano il mondo omosessuale: se partecipasse, si renderebbe conto in prima persona delle reali esigenze di questa realtà sociale, e perderebbe molti dei suoi pregiudizi».
Paolo Casu, consigliere comunale in rotta con i Riformatori, bacchetta l'assessore Piras, sottolineando che «prima di dire certe cose bisogna contare fino a dieci. La storia, del resto, ci insegna che quando uno crede di potere e sapere giudicare gli altri finisce inevitabilmente col perdere la trebisonda. E questo lo dico da cattolico: la mia estrazione sociale, infatti, è molto simile a quella di Anselmo Piras. Ciononostante», prosegue Casu, «anche se pure a me può creare un certo imbarazzo vedere due omosessuali che si baciano per strada, credo che non condividere l'omosessualità non debba e non possa significare non accettarla».
Le convinzioni individuali, insomma, non devono mai degenerare nell'intolleranza. «Ad ogni modo, sono convinto che su questo argomento le forze politiche stiano dando vita a un teatrino piuttosto stucchevole», osserva Casu, secondo il quale «stiamo assistendo a una sorta di gioco delle parti: ciascuno tira la fune nella propria direzione per rivendicare l'identità politica».
Si sbilancia maggiormente Alessandro Serra, capogruppo di An in Consiglio comunale, per il quale «Piras ha esagerato nei toni ma non nel merito. Intanto, vorrei ribadire che la discussione sui Dico non è una priorità a livello nazionale. In seconda battuta, ricordo che la nostra Costituzione parla di società fondata sul matrimonio: per questa ragione e per le mie convinzioni personali, io dico che non si possono equiparare i diritti delle coppie omosessuali a quelli delle coppie sposate o eterosessuali proiettate verso il matrimonio. L'istituzione della famiglia ne risulterebbe sminuita e, soprattutto, minata».
Eppure, un recente sondaggio condotto dal mensile Focus rivela che in Italia la maggior parte dei cittadini non teme il mondo gay. L'apertura verso gli omosessuali è diffusa sia fra le donne (il 98% di loro si dichiara disponibile a un'amicizia gay) che fra gli uomini (87%). Inoltre, le famiglie italiane, secondo quanto riportato da precedenti sondaggi, avevano chiarito di non ritenere affatto che l'eventuale riconoscimento delle coppie di conviventi etero o omosessuali potesse in qualche modo minacciare l'istituzione familiare.
«Certo, il significato simbolico e il ruolo etico-sociale della famiglia tradizionale rimarrebbe inalterato», precisa Serra, «ma si registrerebbero delle ripercussioni sul piano strettamente pratico. Tanto per capirci, se c'è una casa popolare da assegnare, la priorità non può essere attribuita alle coppie omosessuali, a discapito di coloro che hanno intenzione di sposarsi e fare figli. Del resto», conclude Serra, «se i gay e le lesbiche rivendicano pari diritti rispetto alle famiglie tradizionali, altrettanto potrebbero fare, ad esempio, i poligami».
Giorgio Angius, capogruppo dei Riformatori al Comune, prova spegnere il fuoco della polemica: «Sono sicuro che l'assessore Piras non intendesse dare giudizi di merito. Certamente, se incontrasse i radicali e gli omosessuali che si sono sentiti offesi dalle sue esternazioni, si affretterebbe a chiarire il malinteso. Ad ogni modo, io avrei usato termini differenti: ci vuole sempre grande rispetto nei confronti del prossimo». Anche se, Angius ne è convinto, «Anselmo Piras non è certo mosso dalla volontà di portare avanti una politica oltranzista contro le coppie omosessuali».
Gialeto Floris, consigliere comunale di An, sottolinea che lui non avrebbe «mai usato il termine “diversi” per indicare i gay e le lesbiche. Non nutro alcuna ritrosia nei loro riguardi, anche se sono contrario ai Dico e propugno i valori della famiglia classicamente intesa. Per quanto concerne il riconoscimento dei diritti delle coppie di conviventi omosessuali, trovo che già oggi la legge venga incontro alle loro istanze: basta che si rechino dal notaio. Senza dubbio», conclude Floris, «è doveroso tenere ben distanti i diritti delle coppie gay e lesbiche da quelli delle famiglie».
Per Paolo Carta, consigliere comunale dell'Udc, «i conviventi omosessuali devono aver diritto a una tutela civilistica: ma nulla che possa essere accostato all'istituzione del matrimonio. Vorrei ricordare che il termine “matrimonio” deriva da “mater”, ossia madre. Da cattolico, al relativismo etico imperante antepongo i valori di un sacramento che unisce per tutta la vita un uomo e una donna. Per legittimarsi, infine, nella procreazione».
Fatte queste premesse, Carta si sente però di bocciare l'espressione “diversi” per indicare gli omosessuali. In un primo momento, la stroncatura sembra blanda: «L'assessore Piras ha un po' esagerato», precisa il consigliere dell'Udc, «perché il termine, che si usava venti-trent'anni fa, è un po' forte. Ma la sua, specialmente a proposito dei Dico, è una legittima posizione politica». Poi, però, Carta aggiunge che «questo assessore, in certe circostanze, usa dei toni che io non condivido. Non mi piace formulare delle valutazioni di merito sulle persone. Nella foga del discorso, Piras può non aver pensato che esprimersi in quel modo poteva risultare offensivo agli occhi di qualcuno».
Dulcis in fundo, la voce del sindaco Emilio Floris. Molto prudente: «A me pare che una cosa siano i pensieri personali, che ognuno di noi può avere, e altra cosa siano i comportamenti politici. Personalmente, non ho mai avuto un rapporto pregiudiziale nei confronti della diversità. Con intelligenza e buon senso, si può convivere tutti assieme. Il termine “diversi” usato dall'assessore Piras? Non lo stigmatizzerei oltremisura: la diversità, in quanto tale, può anche assumere un'accezione positiva».

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