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venerdì 2 marzo 2007

Un assessore che parla di “diversi”
si occuperà di politiche sociali
I radicali criticano la scelta di Piras

di Matteo Bordiga

«Omosessuali “diversi”? Rispetto alle coppie tradizionali, sicuramente sì. Io sono un cattolico che crede nel matrimonio fondato sulla famiglia composta da uomo, donna e figli. In questo senso, il rapporto esistente fra due uomini o due donne si configura come diverso».

Il nuovo assessore alle politiche sociali del Comune di Cagliari Anselmo Piras, nominato ieri dal sindaco Emilio Floris al posto del dimissionario (o dimissionato) Angelo Vargiu, non cerca acrobazie diplomatiche. Pane al pane, vino al vino. In piena coscienza e serenità: «La nostra società non è ancora abituata all'ostentazione dell'omosessualità: personalmente, vedere due uomini che si baciano per strada mi infastidisce. Ma, soprattutto, credo possa confondere e turbare i bambini, sconvolgendo il loro modo di percepire la realtà e rovesciando le categorie mentali che possono essersi costruiti».

Marcello Medici, coordinatore dei radicali di Cagliari, è servito: nei giorni scorsi aveva diffuso una nota stampa nella quale accusava Piras, allora già ufficiosamente designato come successore di Vargiu, di aver «apostrofato come “diversi” omosessuali e lesbiche, definendo inoltre “operazioni pubblicitarie” i provvedimenti di numerosi comuni volti al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto». Secondo i radicali, simili esternazioni parevano «ridicolmente incompatibili con il ruolo di assessore alle politiche sociali».

Alla notizia della conferma della nomina di Piras, ex capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale, Medici ha auspicato che «il neoassessore sia solo incappato in un incidente di percorso. Se infatti questa visione retrograda e intollerante della società e dei rapporti omosessuali dovesse essere ribadita, la politica dell'assessorato mirerà a tutelare esclusivamente una parte della popolazione cagliaritana, escludendo di fatto un certo numero di cittadini».

«Noi, invece, ci auguriamo che il Consiglio comunale dimostri sensibilità e maturità approvando la mozione, avanzata dal radicale Raimondo Perra, sull'istituzione dei registri per le unioni civili», ha proseguito Medici, aggiungendo che «non possono essere sbrigativamente bollati come “autoreferenziali” i comuni sardi che hanno già predisposto questi registri. Usando toni così decisi e manichei, l'assessore Piras rischia di portare avanti una politica fondata su un contesto socio-culturale vecchio di almeno cento anni».

E invece Piras non solo non fa marcia indietro, ma ingrana la seconda e riparte all'attacco: «Incidente di percorso? Neanche per sogno. Oggigiorno, parlare dei Dico equivale a discettare dell'aria fritta: si tratta di pratiche amministrative che, molto banalmente, non esistono. Fino a quando lo Stato italiano non riconoscerà che, oltre alle coppie tradizionalmente intese, esistono anche altre forme di unione tutelate dalle legge, i Dico o Pacs non avranno alcun peso giuridico».

Che dire, dunque, dei comuni isolani, fra cui figura anche Porto Torres, che hanno già istituito il registro dei Dico? «Pura gazzosa istituzionale», sbotta Piras, «perché, lo ripeto, è inutile discutere di qualcosa che non esiste, non essendo legalmente riconosciuto. Si ottiene solo il risultato di sottrarre spese ad altre pratiche che sarebbero ben più urgenti e pregnanti. Nel momento in cui dovesse concretizzarsi questa nuova realtà sociale, potrò pormi il problema dal punto di vista morale. E assumere le mie posizioni».

Che rispecchieranno fedelmente le idee già espresse nei giorni scorsi? «Ci sono dei valori nei quali credo fermamente», chiarisce il neoassessore, «anche se, ovviamente, non nutro pregiudizi nei confronti di nessuno. Quando parlo di “diversità” lo faccio per definire uno stato che, a ragion veduta, si configura come “altro” rispetto alla realtà del matrimonio e della famiglia: se le coppie omosessuali non sono diverse, me la dia lei un'altra definizione».


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